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  • Valeria Chiappetta

La musica: un linguaggio in tutti i sensi

Questa volta non voglio parlarvi di alimentazione ma di un’altra parte importante della mia vita: la musica.

La musica fa parte delle vite di ognuno di noi, anche di quelli che pensano di non “capirla” o di non “conoscerla”: in realtà siamo circondati da suoni e da musica, evoca ricordi, è la colonna sonora di momenti importanti, ci rifugiamo ad ascoltare ciò che più ci piace quando abbiamo bisogno di stare da soli con noi stessi. Poi ci sono i musicisti, dei professionisti della musica che ne hanno fatto il loro lavoro oltre che la loro passione.

Dal momento che l’apprendimento di uno strumento musicale mette in moto tantissimi processi sia fisici che emozionali, richiede cioè sia abilità motorie che sensoriali, il cervello dei musicisti è diventato oggetto di studio per comprendere come il cervello stesso sia in grado di modificare la propria struttura e le connessioni neuronali attraverso l’acquisizione, la pratica e il mantenimento di queste abilità, per studiare cioè quella che viene chiamata la “plasticità neurale”.

Come è stato confermato anche da studi di neuroimaging, la capacità di riprodurre musica dipende da un forte accoppiamento tra percezione e azione attraverso delle regioni di integrazione sensoriale, motoria e multimodale che sono distribuite in tutto il cervello: gli strumentisti ad arco devono per esempio leggere la musica, tradurre quello che leggono in un suono, coordinare i movimenti (diversi) delle due mani e contemporaneamente ascoltare quello che producono per poter perfezionare la performance.

Ma l’interesse per il cervello dei musicisti è mosso esclusivamente dall’amore per la conoscenza?

In realtà oltre alla spinta del sapere “tout court”, quello che si è visto è che le attività musicali possono indurre una plasticità neurale che può aiutare a superare dei disturbi neurologici (come per esempio la balbuzie, problemi motori dovuti al Parkinson, difficoltà di linguaggio in pazienti con autismo o deficit subentrati in seguito a ictus).

Tutti sappiamo che la musica è un linguaggio: ha il suo alfabeto, ha le sue regole, comunica emozioni.

Ma non è solo per questi aspetti che può essere definito un linguaggio!

Infatti anche dal punto di vista cerebrale si è visto che l’interazione uditiva-motoria alla base della musica è la stessa che è alla base del linguaggio: infatti sia che si stia studiando come si deve suonare una nota, sia che si stia imparando come deve essere pronunciata una parola, il compito del cervello è lo stesso, cioè associare i suoni con azioni di articolazione (della bocca o delle mani) e con il feedback uditivo che riceviamo.

Quindi musica e linguaggio parlato utilizzano gli stessi meccanismi cerebrali per esplicitarsi!

Si è visto per esempio che nel musicista che ascolta una melodia che sa suonare e di cui ha stabilito nel cervello quindi una mappa suono-movimento si ha oltre che l’attivazione delle regioni deputate all’ascolto, anche l’attivazione della rete motoria, cosa che invece non accade quando la melodia viene ascoltata senza che la si sappia suonare.

Tantissimi studi hanno dimostrato che la musica e il linguaggio condividono le stesse reti cerebrali e per questo si è ipotizzato che una formazione attiva e intensiva con la musica possa aiutare l’acquisizione e il recupero del linguaggio: studi di neuroimaging funzionale hanno messo in evidenza l’attivazione dell’area di Broca, area deputata al linguaggio, durante l’ascolto della musica o durante un’attività di canto o mentre si immagina di suonare uno strumento.

Da questi presupposti alcuni studi hanno testato il potenziale terapeutico degli interventi basati sulla musica per facilitare l’emissione del linguaggio in pazienti con ictus cronico con afasia cioè con perdita della capacità di produrre e/o comprendere il linguaggio.

Negli anni ’70 si era visto che pazienti con afasia non fluente, che tendono cioè ad avere una comprensione relativamente intatta per il linguaggio colloquiale ma hanno marcati problemi di articolazione e di produzione del linguaggio a causa di una lesione del lobo frontale sinistro che coinvolge l’area cerebrale deputata al linguaggio (l'area di Broca), spesso riescono a cantare frasi che non riescono a pronunciare parlando.

Queste osservazioni sono state il punto di partenza per sviluppare un tipo di intervento detto “Melodic Intonation Therapy” (MIT).

Nel caso di pazienti con grandi lesioni nell’emisfero sinistro che coinvolgono le regioni del lobo frontale-temporale che correlano con il linguaggio, la possibile strategia di recupero passa attraverso il reclutamento e la stimolazione delle regioni omologhe presenti nell’emisfero destro: la tecnica della MIT enfatizza la melodia e va ad ingaggiare la rete senso-motoria dell’emisfero non lesionato.

Le due componenti su cui si basa la MIT sono l’intonazione di parole e di frasi semplici e il battito ritmico della mano sinistra che accompagna la produzione di ogni sillaba contribuendo alla fluidità dell’emissione. L’importanza del battito compiuto dalla mano sinistra non risiede solo nella scansione metronomica del tempo ma anche nel fatto che può contribuire alla mappatura uditiva-motoria e ingaggiare cosi la rete senso-motoria che controlla sia la mano sia i movimenti di articolazione.

Gli effetti positivi della MIT si sono visti sia attraverso l’esame obiettivo nei pazienti afasici non fluenti che hanno registrato un miglioramento nell’articolazione e nella produzione di frasi, sia attraverso studi di neuroimaging che hanno messo in luce una riorganizzazione delle funzioni cerebrali: si è visto che la MIT ha comportato non solo una maggiore attivazione della parte dell’emisfero destro che coinvolge la corteccia premotoria, il lobo frontale inferiore e il lobo temporale, ma anche un rimodellamento della struttura della materia bianca del fascicolo arcuato, un fascio di assoni che connette tra loro le regioni deputate alla memoria uditiva e motoria del linguaggio (l’area di Wernicke e l’area di Broca).

Quindi questo approccio terapeutico musicale non solo rende la riabilitazione più piacevole ma sembrerebbe fornire un punto di ingresso alternativo in un sistema cerebrale danneggiato permettendo la riparazione di connessioni neuronali attraverso la connessione di centri cerebrali che altrimenti non entrerebbero in contatto, dal momento che la musica rappresenta uno stimolo multimodale che coinvolge contemporaneamente la vista, l’udito e l’apparato motorio, andando così a stimolare le regioni frontali, temporali e parietali.

Gli studi non sono ancora conclusivi e univoci e ancora molto è da comprendere ma sicuramente si può dire che la musica è sotto tutti i punti di vista una forma di linguaggio.

Bibliografia

· Schlaug G. “Musicians and music making as a model for the study of brain plasticity” Prog Brain Res. 2015; 217:37-55

· Schlaug G, Altenmüller E, Thaut M. “Music listening and music making in the treatment of neurological disorders and impairments”. Music Percept. 2010a;27(249–250)

· Schlaug G., Marchina S., Norton A. “From Singing to Speaking: Why Singing May Lead to Recovery of Expressive Language Function in Patients with Broca's Aphasia” Music Percept. 2008 Apr 1; 25(4): 315–323


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©2020 di Valeria Chiappetta Biologa Nutrizionista. Creato con Wix.com